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9 Aprile 2018 - Commenti disabilitati su Anziani, il futuro è l’assistenza in rete

Anziani, il futuro è l’assistenza in rete

L’Italia è il Paese europeo in cui si vive più a lungo: gli abitanti centenari sono circa 17.000 – erano solo 51 nel 1922; si stima che saranno 157.000 tra 30 anni –; eppure il tema della vecchiaia rimane tra quelli più silenti e dimenticati dall’agenda politica. Parte da questa considerazione un recente focus su “Anziani e politiche sociali” pubblicato a firma di Francesco Occhetta sul numero del 3 marzo scorso de “La Civiltà Cattolica”, la storica rivista dei gesuiti, molto apprezzata da papa Bergoglio.

I dati non lasciano spazio a interpretazioni: in Italia le persone con più di 65 anni (che segnano la soglia dell’età anziana) sono 13,5 milioni: 1,8 milioni in più rispetto al 2007. In questi ultimi 10 anni, la popolazione con più di 80 anni è aumentata di 1,1 milioni, mentre la speranza di vita è di 80 anni per gli uomini e di 86 anni per le donne. L’Italia, insieme al Giappone, è il Paese più anziano del mondo; tra le dieci città europee più longeve, sette sono italiane. «È, questa, l’immagine di un Paese con uno scheletro resistente e una muscolatura debole, che porta a chiederci se le politiche sociali e il sistema sanitario siano adeguati a trasformare l’emergenza in un progetto politico di largo respiro», ragiona Occhetta.

Altri numeri: « Gli anziani non autosufficienti in Italia sono circa due milioni e mezzo: è la soglia dei 75 anni a creare il paziente complesso, che soffre di un insieme di patologie, come, per esempio, l’ipertensione, il diabete e la cardiopatia». Secondo Roberto Bernabei, ordinario di medicina interna e geriatria, di fronte alla multi-morbilità «occorre ripensare un modello in cui il medico di medicina generale e il pronto soccorso non debbano gestire situazioni difensive. Bisogna invece sviluppare nel territorio soluzioni diverse, come l’assistenza domiciliare. Ci chiediamo: perché non pensare a una rete di pronto soccorso ad hoc per anziani? L’ostacolo maggiore rimane la gestione della Sanità, che continua a essere disomogenea da una Regione all’altra: gli investimenti oscillano, infatti, tra il 4,8% delle risorse dell’Emilia Romagna e lo 0,7% del Lazio».

 

La crisi, poi ha acuito il bisogno e reso più impellente la necessità di progettare nuovi modelli di intervento. Ricorda Occhetta:  «Nel 2017 il fondo per le politiche sociali ha perso 211 dei 311,58 milioni stanziati nell’ottobre 2016, mentre quello per le non autosufficienze è stato ridimensionato a 450 milioni, rispetto ai 500 previsti. I media non ne parlano, i familiari – già molto provati – mancano di un coordinamento, e così pure le istituzioni, dalla gestione dell’emergenza a progetti sostenibili di lungo periodo. Rimane poi un dato incontrovertibile: «La dichiarazione dei redditi 2016 evidenzia che oltre il 70% degli anziani ha un reddito complessivo inferiore a 14.600 euro netti. Una badante in regola ha un costo medio di circa 15.000 euro l’anno. Per molti, è un lusso». Non che le cose vadano meglio sul fronte residenzialità: «Le strutture private costano dai tre ai quattromila euro al mese; quelle pubbliche, in cui la quota a carico dell’assistito è di circa la metà, hanno invece il problema dell’accesso».

Quale strada prendere di fronte a questo scenario? Per la Civiltà Cattolica «la via da percorrere ha una direzione unica: creare rete nel territorio tra pubblico, privato sociale, privato convenzionato, imprese sociali del Terzo settore, volontariato competente. Molte esperienze campione, sparse a macchia di leopardo, potrebbero aprire strade nuove. Come quella del Centro Civitas Vitae di Padova, una delle più grandi strutture sociosanitarie di servizi integrati in Europa, che si sviluppa su un’area di 120.000 metri quadri, sulla base di diverse strutture, collegate tra loro da una rete di gallerie sotterranee. La struttura ha all’incirca 1.000 posti letto e 600 operatori . Esiste anche l’esperienza dei condomini solidali di Torino, Imola e Samarate (Va), o delle Case di Giorno per anziani, pensate negli anni Ottanta da Mariella Enoc e da don Aldo Mercoli. Non più case di riposo che diventano parcheggi senza speranza, ma nuovi luoghi e “spazi relazionali” che si stanno progressivamente diffondendo».


In foto: il progetto "Adotta un nonno" promosso dagli Amici del Trivulzio con la cooperativa sociale Eureka!